Decentramento produttivo

Già dalla metà degli anni ’80 il mondo del commercio aveva conosciuto una rapida trasformazione e, soprattutto nel settore della moda abbigliamento, iniziavano a imporsi nuovi meccanismi di offerta. Era il boom dei grandi magazzini che furono gli incontrastati e validi antecedenti dei moderni centri commerciali.

All’epoca erano gli unici  clienti con i quali, chiunque operasse nel settore moda, voleva trattare e il motivo era semplice: per far fronte alla necessità di riempimento dei grandi spazi e per garantire al pubblico una vasta scelta di prodotti (ciò che in gergo si dice, “ampio assortimento”), erano se non proprio  costretti, quanto meno curiosi di valutare nuove offerte dalla rosa dei fornitori cosicché, anche solo per “provare” un nuovo articolo, l’ordine risultava piuttosto rilevante – con enorme gaudio del proponente…
Perciò la parola d’ordine era “nuovo prodotto” (che si diversificasse dagli esistenti in esposizione e che giustificasse quindi una “prova”) e “abbattimento dei prezzi” (a fronte delle quantità rilevanti) – a dire il vero era la battaglia quotidiana delle flotte di rappresentanti di case produttrici più o meno famose (in ogni caso consolidate), che si “accampavano” nelle sale d’attesa degli uffici acquisti di questi grandi magazzini – e contro questi “veterani”, nulla avrebbe potuto un piccolo, indipendente commerciante all’ingrosso, da poco arrivato sulla scena.

Ma questo piccolo commerciante era anche intraprendente, e spesso si intratteneva con dirigenti, manager e addetti agli acquisti, dialogando in modo affabile e tralasciando, in quei momenti, il tradizionale e ormai fastidioso tentativo di “piazzare” i propri articoli.
Fu così che diventai amico del figlio di uno di questi pionieri del grande commercio, apprendendendo che per il loro assortimento si affidavano a produzioni “quasi” proprie per alcuni prodotti di nicchia, organizzando direttamente la confezione dei capi presso laboratori esteri, quasi sempre stanziati nei paesi dell’Est europeo (nell’allora Cecoslovacchia e Polonia). Ciò significava avere un prodotto con caratteristiche occidentali (per il fatto di controllarne la qualità di produzione utilizzando  propri tecnici) e a un prezzo praticamente imbattibile per chiunque in Italia.

Per la verità, questo concetto non mi era nuovo e già da un po’ mi rifornivo in Austria e Francia (nei paesini più dispersi) per avere accesso a forniture che quanto meno non fossero delle repliche dei miei concorrenti e per avere qualche lira di sconto…, ma il mio ideale erano i paesi del “profondo” Est di cui parlavo con amici che ci erano già stati, chi per vacanza e chi per lavoro, carpendo loro tutte le informazioni possibili.  Esistevano ancora molte restrizioni di ordine fiscal-commerciale, e non poche erano le problematiche legate al solo transito in quelle aree dominate dal regime totalitario comunista,  ma la Perestrojka di Gorbaciov era in atto da qualche anno e il 29 novembre 1989, quando egli arrivò in Italia per la prima volta, era al suo culmine.  E io  – entusiasta di un clima così distensivo e promettente – sempre più intenzionato a partire per conquistare i paesi dell’est.

Poche settimane dopo, durante il periodo natalizio, scoppiò la rivoluzione a Timisoara e il Popolo rumeno conquistò la sua libertà il 25 dicembre 1989;  capii allora che il momento era arrivato e non indugiai oltre.  Il nuovo anno mi vide occupato in fervidi preparativi per organizzare il mio primo viaggio in Romania con l’assistenza di amici e collaboratori. Nei primi mesi del ’90 abitavo praticamente in autostrada facendo la spola tra casa e Milano dove avevo conosciuto nel frattempo alcuni operatori commerciali nell’import-export che mi avevano messo in contatto con alcuni dirigenti di aziende in Romania (nell’area transilvanica di lingua ungherese).  Partimmo in estate.

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Talete di Mileto
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